CERCO SUBACQUEI
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by I'm a Scuba Diver
il 16/03/2015
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Per chi non avesse potuto vedere l'interessante puntata di "Presa diretta" del 15 marzo scorso, per voi un riassunto, dalla nostra redazione, dei temi trattati

L’isola di Thilafushi, alle Maldive, non è un atollo incontaminato circondato dalle acque blu dell’oceano Indiano. È esattamente il suo opposto: un’isola sommersa di rifiuti. Una discarica. Lungo 7 chilometri, l’«atollo» vicino a Malè è stato destinato, a partire dagli anni ‘90, a raccogliere la spazzatura prodotta nell’arcipelago: il lato oscuro del paradiso e del turismo. Secondo gli esperti ogni visitatore straniero produce infatti circa 3,5 kg di immondizia al giorno, il doppio di un autoctono. A Thilafushi ogni giorno arrivano 400 tonnellate di spazzatura. Si scaricano rifiuti di ogni genere dalle 8 del mattino alle 6 di sera. E c’è un signore, pagato 300 euro al mese, che si trova sull’isola dell’orrore per bruciare i rifiuti. Le colline sono sempre più alte, sempre più in fiamme.

Ma il problema dell’inquinamento del mare è globale, molto sentito nelle acque di mari chiusi, proprio come il mediterraneo.

Nei mari si sono formate delle vere e proprie ISOLE DI PLASTICA: si tratta zone di mare dove i vortici marini tengono in sospensione miliardi di pezzi di plastica, creando così delle vere e proprie isole.

Il dramma della plastica è presente in modo preoccupante nel mediterraneo: la plastica si frantuma in pezzetti sempre più piccoli, diventa poltiglia. Ovvero diventa cibo. Cibo per tartarughe, per pesci, per uccelli marini.

Secondo l’ultima spedizione di lega ambiente il risultato dell’osservazione del mediterraneo è preoccupante:  si incontra un rifiuto di plastica galleggiante ogni dieci minuti di navigazione. Il grosso dramma è che la plastica non muore mai. Le campagne di pulizia delle spiagge italiane promosse da Lega ambiente portano sempre a risultati preoccupanti. Bottiglie e buste di plastica, contenitori di ogni genere, materassi, rifiuti di ogni forma e dimensione. E tutto ciò riguarda solo il 15% di un ammontare totale la cui parte principale, purtroppo, sta in mare. Le statistiche di lega ambiente hanno individuato il mare di fronte a Giulianova (marche) e quello di Castellammare  di stabia (campania) come le zone più contaminate d’ Italia.

In attesa dei risultati ufficiali della ricerca TARA MEDITERRANEO promossa da TARA EXPEDITION (progetto Francese sostenuto dalle Nazioni Unite) si sa già, senza ombra di dubbio, che il mediteraneo è uno dei mari più impregnati dalle microplastiche. E dalle microplastiche si passa alla considerazione sulle sostanze additive presenti nelle plastiche (gli ftalati, ad esempio) che vengono assorbiti dagli organismi viventi che considerano queste poltiglie di plastiche come cibo.

Proviamo ad immaginare quali esiti possono avere queste premesse nel decorso della catena alimentare.
La quantità di buste contenti i pezzi di plastica rinvenuti all’interno dello stomaco delle tartarughe spiaggiate sul territorio toscano nel corso di una ricerca dell’università di Siena è davvero un tristissimo primato  dell’orrore. Impressionante la quantità di pezzi di plastica, sacchetti, frammenti presenti nella pancia di numerosi animali analizzati.

Anche i dati che ci fornisce il centro di Manfredonia (sul Gargano) non sono confortanti. I pescatori in questa catena dell’orrore, svolgono a loro modo un’attività di monitoraggio. Sono loro infatti che sono in grado di dare la misura dei rifiuti che raccolgono con le reti durante la loro attività di pesca. Si parla della possibilità di avere dei veri e propri spazzini del mare; potrebbero contribuire realmente alla pulizia dei fondali ottenendo l’autorizzazione per portare a terra i rifiuti raccolti nelle acque del mediterraneo.

Ma il punto principale è non tanto quello di affidarsi alle associazioni ambientaliste sparse sul territorio e alla loro sensibilità in merito  ai rifiuti riversati in mare. Il punto dovrebbe essere smettere di considerare il mare come una discarica a cielo aperto.

Il  nostro paese, tuttavia, continua a trattare il mare come una vera e propria latrina: petroliere che riversano in mare l’acqua utilizzata per il lavaggio delle cisterne, vomitando in mare quantità annuali di greggio di poco inferiori a quelle versate in mare durante l’incendio della petroliera Haven, amata meta di molti subacquei.
L’attività dei laboratori in sinergia con la guardia cositera del territorio, ovunque si faccia controllo, restituisce sempre risultati drammatici: scarichi dei ogni genere tipo, metalli pesanti, batteri fecali per versamenti di fogne, plastiche non degradabili.

Perché uno dei più grossi problemi dell’inquinamento marino è anche il versameto di fogne, il malfunzionamento delle vasche di depurazione. Lo scandalo dei depuratori nelle località marittime in provincia di Cosenza seguito dal procuratore Bruno Giordano, ci fa capire inoltre di quale entità di danni si stia parlando. (14 comuni della costa tirrenica in balia di depuratori fatiscenti, non funzionanti e privi di qualsiasi sistema di manutenzione). Per poi arrivare al problema dei rifiuti interrati e del conseguente inquinamento della falda acquifera e, pertanto, delle foci dei corsi d’acqua che, anch’essi, riversano in mare. Insomma, un dramma nel dramma.

E che cosa possiamo fare per salvare il mare? L’Italia ha aderito all’iniziativa dell’Unione Europea “strategia del mare”, con dei percorsi ben definiti per rispettare dei parametri di comportamento nel confronti del mare stesso. Per l’Italia, a livello quotidiano, possiamo sicuramente contribuire rendendo davvero  radicale la raccolta differenziata.
Presa diretta si occupa poi del capitolo legato al business dei gamberetti, riportando i risultati di un reportage davvero interessante svolto nelle realtà del Bangladesh e della Thailandia.

L’Italia è uno dei maggiori importatori dei gamberetti che arrivano dal sud America oppure dal sudest asiatico dove vengono allevati, precotti, impacchettati e surgelati, pronti per essere esportati. Il servizio racconta nel dettaglio lo sfruttamento indiscriminato non solo del mare e del delicatissimo ecosistema di quei paesi, ma anche della popolazione locale e della manodopera. Nel Bangladesh ci sono intere regioni la cui popolazione vive quasi esclusivamente sull’allevamento di gamberi, che si svolge nell’entroterra, in bacini artificiali di acqua salata ricavati dal disboscamento della vegetazione spontanea.

Quest’attività intensiva e spietata iniziò negli anni 80 quando gli imprenditori di gamberi , ovviamente appoggiati dai politici locali, costrinsero la popolazione e i contadini a convertire la loro colture di riso, alimento base della’alimentazione locale, nell’allevamento di gamberi, anche con la forza se necessario. Numerosi movimenti sorsero per difendere i diritti dei contadini locali, ma contro le spietate alleanze economiche e politiche è difficile combattere. E poco a poco le terre furono trasformate in bacini di acqua salata per l’allevamento di gamberi. Le pressioni dell’industria del gambero, sostenuta da enormi profitti economici, sono talmente forti che chiunque sollevi dubbi sulle condizioni di lavoro o si occupi della questione ambientale legata a questa attività rischia davvero molto, addirittura la vita. Inoltre, chi si è dedicato all’allevamento dei gamberi, riceve cifre ridicole per lo sfruttamento delle proprie terre. Con l’aumentare dell’offerta, ovviamente, i prezzi a cui i contadini riescono a vendere i propri gamberi scendono in continuazione. Riconvertire le terre del Bangladesh permeate dal sale da più di trent’anni è un’impresa impossibile. E le popolazioni locali non hanno alternativa se non continuare, come in una condanna senza via d’uscita, ad allevare gamberi per sopravvivere.

Nel sud del Bangladesh 7000 ettari di  mangrovie sono state distrutte per far posto ai bacini di allevamento dei gamberi. La distruzione delle mangrovie ha inesorabilmente alterato l’equilibrio di queste terre.

Presa diretta spalanca poi le porte ala discutibilità del sistema di tracciabilità dei prodotti che giungono sui mercati occidentali. Pare infatti che sia altamente improbabile conoscere esattamente da quale allevamento provenga il gambero acquistato dalle multinazionali del pesce. Molto spesso la tracciabilità dei prodotti è finta, una vera e propria pura operazione di marketing. Almeno certamente per quanto riguarda i gamberi del Bangladesh. E non si può far finta di nulla. Bisogna necessariamente avere un comportamento critico e responsabile, anche al supermercato sotto casa. Come se tutto ciò non fosse abbastanza, il servizio ci ricorda che i gamberi vengono allevati con l’utilizzo di farina di pesce, realizzata attraverso l’utilizzo di tutte quelle specie pescate con le reti a strascico (che sappiamo distruggono qualsiasi tipo di fondale) non adatte ai mercati enogastronomici occidentali, ma solo soprannominati pesce immondizia destinato, appunto, alla realizzazione delle farine per mangimi di vario genere a per allevamenti.

Alla luce delle precedenti considerazioni in merito allo stato dei nostri mari, i dati relativi alle specie di pesci presenti nel mediterraneo sono preoccupanti. Da tonni rossi, a branzini a pesce azzurro le percentuali di diminuzione delle presenze sono dati che lasciano senza parole. La pesca nel mediterraneo diventa sempre più un’attività in perdita, dove, come sempre, le prime vittime sono i pescherecci a conduzione familiare e le piccole realtà locali.

Presa diretta ci regala infine una panoramica delle realtà di alcune industrie del pesce, che, per ovviare a problemi di conservazione e deperimento della merce, trattano il pesce con additivi a base di acqua ossigenata per renderlo più piacevole alla vista, dalle apparenze fresco e senza principi di deperimento, con le immaginabili conseguenze che l’assunzione di tali sostanze può provocare alla nostra salute.

Conclude poi presa diretta con uno sguardo alle ipotesi di  speculazioni in merito ai centri accoglienza, in relazione al ruolo che il mare ha nel viaggio della speranza di molti rifugiati: un argomento decisamente anch’esso delicato e complesso per il quale vi suggeriamo di seguire accuratamente l’evoluzione del servizio di Presa Diretta.
Insomma, il grido è unico e ben definito: bisogna salvare il mare, per salvare noi stessi.

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Estratto e riassunto del servizio di Presa Diretta in onda il 15/03/2015 su rai tre e visibile al seguente link:
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d40b67a1-d0c8-4d61-9dc4-c8b582ccdc3d.html#p=0



In poche parole

I'm a Scuba Diver nasce dalla passione per lo sport subacqueo, da principio con un gruppo di amici, poi con la pubblicazione di una pagina facebook, e ora cerchiamo di coordinarci per organizzare uscite subacquee, regalare foto ed emozioni con i nostri racconti.